Il Partito dei Pirati lancia la sua sfida all’Acta: filesharing libero, 20 anni di protezione, sì ai remix – LASTAMPA.it

Il Partito dei Pirati lancia la sua sfida all’Acta: filesharing libero, 20 anni di protezione, sì ai remix – LASTAMPA.it.

Il Partito dei Pirati lancia la sua sfida all’Acta: filesharing libero, 20 anni di protezione, sì ai remix
Presentata su Internet la proposta di riforma del copyright al Parlamento europeo
LUCA CASTELLI
Legalizzare il filesharing, ridurre a 20 anni la protezione del copyright, rendere liberi i campionamenti (per i remix) e vietare i meccanismi drm. Sono i quattro punti chiave della proposta di riforma del copyright avanzata dal Partito dei Pirati. Firmata da Rick Falkvinge (fondatore del partito pirata svedese) e Christian Engström (rappresentante  al Parlamento europeo) e sostenuta dal gruppoeuropeo  dei Verdi, la proposta è stata pubblicata sul sito www.copyrightreform.eu e viene presentata come alternativa all’Acta (Anti-counterfeiting trade agreement), il trattato sul commercio internazionale in attesa di ratifica al parlamento di Strasburgo.

Strutturato quasi come un saggio (e quindi abbordabile anche per i non-addetti ai lavori, rispetto allo standard dei documenti in politichese), il testo traccia la sua storia del copyright nel corso dei secoli e propone una serie di adattamenti per risolvere i problemi sollevati dalla rivoluzione digitale. Secondo il Partito dei Partiti è necessaria una revisione radicale del sistema tradizionale di copyright, che si aggiorni alle condizioni tecnologiche del tempo, non criminalizzi il comportamento di milioni di persone che scambiano quotidianamente contenuti online, riduca al massimo i rischi sul piano della privacy e dei diritti civili e permetta lo sviluppo di nuovi mercati della creatività (anche accettando il rischio che questi sostituiscano quelli passati, come l’avvento dei frigoriferi portò alla scomparsa dei venditori di ghiaccio).

A rimanere invariati, nel progetto, sarebbero il diritto morale dell’autore sull’opera e il diritto di esclusività di sfruttamento commerciale della medesima. Quest’ultimo, tuttavia, verrebbe riportato a una durata simile a quella del modello originale di copyright americano: 20 anni (oggi, con alcune differenze a seconda del paese e dell’opera, ci si aggira intorno ai 70 anni dopo la morte dell’autore). Sarebbe resa libera la possibilità di utilizzare i contenuti per la creazione di opere derivative (come i remix e i mash up, sempre più diffusi in ambito digitale) e obbligatoria la registrazione dell’opera dopo cinque anni (per arginare il problema delle “opere orfane”: protette, ma di cui non si conoscono i proprietari dei diritti). Il punto più controverso della riforma è tuttavia quello legato al filesharing. Secondo Falkvinge ed Engström, la condivisione di contenuti online andrebbe completamente legalizzata nelle sue forme non commerciali. Scambiare film, musica e altro materiale protetto da diritto d’autore, per uso personale, diventerebbe così legale: trasformando Internet, parole dei promotori, nella “più grande biblioteca pubblica dell’umanità”.

Gli ultimi due aspetti – legalizzazione del filesharing e riduzione della durata del copyright – sono esattamente agli antipodi rispetto alla visione dell’industria dei contenuti, che spesso viene rappresentata nelle battaglie legislative, legali e mediatiche sul diritto d’autore da Hollywood, dalle major discografiche e dai grandi gruppi editoriali. Nel caso del filesharing libero si va contro all’idea stessa alla base del copyright moderno: il controllo e la limitazione assoluta dei diritti di riproduzione – anche per uso personale – di un’opera (“all rights reserved”). Per quanto riguarda l’accorciamento della durata, ci si scontra invece con il trend degli ultimi decenni, pilotato proprio dall’attività di lobbying dell’industria, nel quale la copertura del copyright è stata man mano allungata per monetizzare contenuti altamente profittevoli, anche andando oltre alla morte degli autori (il primo nome citato, in questi casi, è sempre quello di Topolino, creato nel 1928 da Walt Disney e Ub Iwerks, scomparsi rispettivamente nel 1966 e nel 1971).

Alimentata da un afflato idealistico in cui si mescolano e confondono le virtù della libera circolazione delle idee, del bene pubblico, della diffusione della cultura come strumento fondamentale per il progresso della collettività, oltre a un’inossidabile fiducia nei nuovi scenari digitali, la proposta del Partito dei Pirati cozza in modo evidente con la visione classica della proprietà intellettuale, che si è andata cementando negli ultimi cento anni. Il testo non dimentica inoltre di ricordare lo stretto intreccio che – in epoca digitale – lega la materia del copyright a quella della privacy e dei diritti civili (lo stesso intreccio che, a inizio 2012, portò all’affossamento delle proposte di legge americane Sopa e Pipa e che in Italia è al centro della discussione sul regolamento dell’AgCom, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni).

Piuttosto vago e indefinito quando si tratta di individuare i confini del filesharing non commerciale (come andrebbero considerati, nell’impianto della riforma, grandi siti che traggono considerevoli benefici economici dallo scambio di file come The Pirate Bay o Megaupload?), il testo cerca di convincere anche gli artisti/autori sulla bontà della sua proposta, elencando una serie di studi e ricerche che indicano una crescita del fatturato complessivo del mercato della creatività negli ultimi dieci anni (quindi, già in epoca di free download) e sottolineando la possibilità di trovare forme di guadagno dalla propria arte anche in un sistema in cui il filesharing è gratuito.

Non a caso, il tema del rapporto tra Partito dei Pirati e artisti è in questi giorni piuttosto caldo. Soprattutto in Germania, dove dopo alcuni exploit nelle elezioni locali il movimento pirata è segnalato in forte ascesa dai sondaggi, occupa una posizione sempre meno marginale (si inizia a indicarlo come potenziale terzo partito nazionale, dopo CDU e SPD) ed è ormai entrato nel dibattito politico e culturale (con qualche similitudine – per l’idea di rottura rispetto alla politica tradizionale e per il cordone ombelicale che lo lega a Internet – con quanto sta accadendo in Italia con il MoVimento 5 Stelle di Beppe Grillo).

Pochi giorni fa, il settimanale Der Spiegel tracciava una panoramica sul problematico rapporto tra il movimento pirata e diversi autori, artisti e intellettuali tedeschi: sottolineando da un lato le perplessità di questi ultimi nei confronti delle radicali posizioni del partito sulla proprietà intellettuale, ma partendo – come fin troppo spesso accade in questi casi – dalle opinioni di un esponente della vecchia guardia, Hans Magnus Enzensberger, scrittore iper-autorevole ma nato nel 1929, e quindi non proprio indicato come esempio per quelle giovani generazioni cresciute a pane e Internet, le più vicine al movimento dei pirati e le più scettiche – a maggior ragione nel mezzo di una crisi economica che le vede come vittime – nei confronti dello status quo che difende modelli, schemi e privilegi del passato (lo stesso errore strategico commesso, in modo ancora più evidente, dalla discografia italiana in un recente spot antipirateria, con protagonisti solo artisti ultracinquantacinquenni).

E’ tuttavia da un punto di vista più laterale, indiretto, ma efficace anche in termini di marketing, che la proposta del Partito dei Pirati mostra uno dei suoi lati più convincenti: la trasparenza pubblica. Oltre a essere scritto in un inglese non per iniziati, il testo è disponibile in versione integrale su Internet (senza limitazioni di copyright) e tutte le sue voci sono accompagnate da spiegazioni e link diretti alle fonti. Sono chiari intenti e obiettivi, eventuali punti di forza e lacune. Chiunque può toccare con mano.

Esattamente l’opposto di quanto sta accadendo con l’Acta, un trattato per molti versi misterioso, elaborato nelle stanze segrete della politica (e del commercio) internazionale, di cui gli stessi politici che saranno chiamati a votarlo sanno ancora molto poco. Forse non sarebbe male che, in vista della discussione che lo vedrà coinvolto a breve al Parlamento di Strasburgo, i promotori dell’Acta pubblicassero un documento simile a quello della proposta pirata, in cui vengono esposti tutti gli aspetti, il raggio d’azione, l’influenza sulle attività della vita quotidiana. E soprattutto le ragioni per cui si pensa che i suoi dispositivi, compresi quelli in materia di proprietà intellettuale, siano di beneficio per la società e contribuiscano a risolvere quel problema del copyright che, da oltre dieci anni, è sotto gli occhi di tutti.

 

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