Girodivite: La centrale di Forcella nel piano di Berlusconi

Girodivite: La centrale di Forcella nel piano di Berlusconi.

riparliamo di nucleare?

😉

 

bellissimo articolo si shining, che ho deciso di riportare all’attenzione di tutt*.

 

La centrale di Forcella nel piano di Berlusconi

Le ragioni del nostro direttore, da sempre favorevole alla produzione di energia elettrica dall’atomo, sul perché andrà a votare “sì” al referendum sui nuovi impianti nucleari
mercoledì 8 giugno 2011, di Shining – 587 letture

I governi dei paesi europei che più intensamente producono energia nucleare dopo l’incidente di Fukushima si sono affrettati a produrre dichiarazioni rassicuranti per le loro opinioni pubbliche nazionali. Dalla poco credibile (per ragioni tecniche, non politiche) revisione di tutte le centrali di Sarkozy fino al capolavoro mediatico dei tedeschi: l’annuncio cioè di un piano di dismissione che ricalca nella sostanza quanto già approvato da verdi e socialdemocratici nel 1998.

Quello italiano nelle prime ore dopo il disastro ha sostenuto che sarebbe andato avanti comunque con il piano nucleare nuovo di zecca. Poi sono arrivati i tentennamenti davanti alla disponibilità negata dai governatori di centro-destra di Lazio, Lombardia, Piemonte e Veneto (le regioni meno sismiche del nostro paese ballerino). E i dubbi sono aumentati man mano che si sono avvicinate le elezioni amministrative, fino ad arrivare a sospendere per decreto il programma per un anno nella speranza che la Cassazione annullasse il referendum, col doppio fine strumentale di poter tornare a proporre le centrali una volta che l’emozione si sia stemperata e di boicottare in maniera indiretta il quesito sul legittimo impedimento.

Elemento centrale del piano governativo è la costruzione di quattro reattori di terza generazione in tecnologia Epr (European Pressurized Reactor, reattore nucleare europeo ad acqua pressurizzata). Chi, come chi scrive, non nutre alcun pregiudizio verso una qualsiasi espressione della scienza e della tecnica, per i primi cinque minuti dopo l’annuncio ha guardato con favore questa coraggiosa scelta di politica energetica. Coraggiosa perché innanzitutto innovativa: ci sono solo quattro reattori di questa classe in costruzione al mondo, due in Cina, uno in Francia e uno in Finlandia. Quello scandinavo è quasi finito e dovrebbe essere allacciato alla rete l’anno prossimo ed erogare i suoi 1600 mega watt nei primi sei mesi del 2013. Eppure in fase di progetto si pensava di rendere operativo il terzo reattore della centrale di Olkiluoto già nel 2009.

[Cantiere Olkiluoto]

Ritardo dovuto a una serie di “imprevisti”. Primo fra tutti un errato calcolo della spesa che ha aperto dei contenziosi: doveva costare tre miliardi e duecento milioni di euro e pare che invece ne costerà cinque e tre. Questa cosa ha fatto ritirare i tedeschi della Siemens due anni fa (in tempi non sospetti, quando ancora il governo Merkel pensava di prolungare l’esercizio delle sue centrali), lasciando la patata bollente nelle mani dei loro partner francesi di Areva. Areva ha detto che la colpa del ritardo sta nella troppa burocrazia finlandese. Eppure un anno lo si è perso solo per rifare le fondamenta, dato che i subappaltatori hanno usato calcestruzzo non proprio di primissima qualità, roba con cui al massimo farci i piloni della Salerno-Reggio Calabria…

Altro tempo si è perso nella modifica al progetto. Quattro anni fa di questi tempi la Säteilyturvakeskus, l’autorità finlandese per la sicurezza radioattiva e nucleare, ha denunciato carenze progettuali e costruttive. Iniziativa che faceva il paio con quanto fatto poco prima dalla dell’Électricité de France. Il gestore della rete elettrica d’oltralpe, guardando da vicino come veniva costruito il reattore gemello di Flamanville, si è accorto come l’Epr sia soggetto a rapide escursioni di potenza con il rischio di innescare esplosioni di vapore talmente violente da poter espellere le barre di grafite che controllano la reazione. Il problema è stato mitigato al prezzo di rendere più difficile la gestione di altri tipi di incidente, ma il design non ne permette una completa rimozione. In parole povere: seppure l’eventualità sia molto rara e probabilmente destinata a non doversi mai verificare, un impianto surriscaldato anziché squagliarsi a poco a poco può fare il botto e buonanotte.

Berlusconi e i suoi ministri prevedono di spendere (questa è l’ultima stima) per i quattro reattori circa trenta miliardi di euro. Va bene che l’esperienza finlandese dimostra che con l’Epr meglio tenersi larghi, ma si stanno preventivando sette miliardi e mezzo per reattore, più di quanto abbiano speso tutti gli altri clienti. Fatto insolito, visto che lede la principale legge del mercato: l’Epr è un grande flop commerciale e anziché prenderlo con i saldi ci accingiamo a pagarlo oro. E poi sarà credibile che il sessantasettesimo paese al mondo per corruzione (sì, percepita, ma come altrimenti si potrebbe misurare?) faccia meglio del quarto (la classifica mette al primo posto il più trasparente) nel districarsi nella giungla di subappaltati che fiorisce da un’opera di questo tipo? Proprio lo stesso paese che ha costruito la scuola elementare di San Giuliano e la casa dello studente dell’Aquila?

Nucleare è una scelta seria. Comporta dei rischi che bisogna comprendere, valutare e se è il caso accettare. Gli incidenti che creano gravi situazioni sono rari, mentre le malattie (e le morti) da inquinamento atmosferico provocate dalle centrali a combustibile fossile non fanno notizia. Non è uno scandalo: è la stessa logica giornalistica che sottace le centinaia di persone che ogni giorno muoiono sul motorino dando rilievo a quei pochissimi che si schiantano in aereo e ciò non toglie che il jet sia più sicuro dello scooter. Non va demonizzato né scartato a priori e va preso in considerazione come risorsa per il futuro energetico, perché con la resa attuale le fonti rinnovabili non sono sufficienti a coprire i sessanta giga watt del picco di carico. Richiede una strategia di più lunga durata e forti investimenti di ricerca. E non si fa un buon affare a comprare una centrale in strada a Forcella.

Se ci sono quei soldi, una parte può essere investita nello sviluppo della quarta generazione, in particolare nel reattore nucleare veloce refrigerato a sodio (Sfr) che promette sia di ridurre la quantità di scorie che di incrementare la sicurezza per la caratteristica di espandere il volume del combustibile in caso di surriscaldamento, rallentando così la reazione a catena.

Altra parte di quel tesoretto può essere impiegata nella più tradizionale delle attività italiane: l’edilizia. Non per cementificare ancora coste e appennini o per farsi una stanza in più come proposto da Berlusconi a inizio legislatura, bensì per rimediare almeno in parte allo scempio degli ultimi sessant’anni. Dagli anni cinquanta dello scorso secolo, abbagliati dalla disponibilità di riscaldamenti (gasolio o carbone, comunque polveri sottili in aria, ossidi di carbonio, solfati, eccetera) e condizionatori, non si è più pensato di edificare con quei criteri di efficienza energetica che per secoli hanno dettato le regole nella costruzione delle abitazioni (la giusta esposizione, l’adeguata coibentazione e tutte quelle antiche tecniche conosciute dai “mastri” supportate dalle tecnologie di oggi). A cinque anni di distanza bisogna riconoscere che le proposte di politica energetica dell’ultimo governo di centro-sinistra-più-Dini-e-Mastella sono state quanto di più appropriato e lungimirante. Romano Prodi è stato ripetutamente schernito perché la sua proposta appariva debole: al primo posto del suo impegno c’era infatti il risparmio. Ma risparmio energetico non è spegnere la lampadina ogni volta che usciamo dalla cucina, ma fare in modo che la casa resti fresca in estate e calda in inverno quanto più possibile “da sola”. La linea sua e di Alfonso Pecoraro Scanio avrebbe consentito un ammodernamento dell’industria edile, lo sviluppo strategico e non affaristico delle fonti rinnovabili (non se ne occupava Denis Verdini…), rinviando il nucleare a tempi e tecnologie più mature.

Le nostre tasche non possono permettesi di scucire altri trenta miliardi agli stessi uomini che hanno gestito le grandi opere negli ultimi anni. Meglio impiegarli per trattenere in Italia fisici, chimici, ingegneri e tecnici nucleari per dare ossigeno alla ricerca e costruire un asset strategico nazionale di alto valore tecnologico, nonché per rilanciare e riqualificare l’industria nella sua forma più diffusa (le imprese edili sono diffuse al nord e al sud) e di conseguenza l’economia perché centomila brevi interventi mirati all’autosufficienza energetica delle abitazioni affidati ad altrettante piccole e medie imprese rendono più al paese di qualche grande opera nelle mani dei soliti pochi.

 

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